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L’esercito comune europeo: Utopia o necessità nel 2026?

2026-01-29 07:00

Redazione

Società e Attualità, Politica e Cronaca, Economia e Finanza,

L’esercito comune europeo: Utopia o necessità nel 2026?

L'esercito comune europeo nel 2026: tra PESCO, investimenti della difesa e sfide di sovranità, ecco perché l'integrazione militare è ormai vitale per l'UE.

Un risveglio forzato tra nuove minacce e vecchi dubbi

Il dibattito sulla creazione di un esercito comune europeo ha smesso di essere un esercizio accademico per diventare una questione di sopravvivenza politica. In questo inizio di 2026, l'instabilità delle alleanze transatlantiche ha spinto i leader dell'Unione a riconsiderare seriamente l'autonomia strategica del continente. Con i conflitti che premono ai confini orientali e l'incertezza sul reale impegno degli Stati Uniti all'interno della NATO, l'Europa si trova davanti a un bivio storico: continuare a dipendere da ombrelli difensivi esterni o costruire una forza militare integrata capace di rispondere alle crisi in tempi rapidi. Questa necessità non nasce da un desiderio di potenza, ma dalla consapevolezza che la frammentazione attuale delle forze armate nazionali genera sprechi miliardari e inefficienze tattiche che, nel contesto geopolitico odierno, non sono più sostenibili.

 

I costi dell'inefficienza e il risparmio della condivisione

Analizzare la difesa europea significa innanzitutto guardare ai numeri, che oggi mostrano una realtà paradossale. La somma delle spese militari dei ventisette Stati membri supera abbondantemente quella delle grandi potenze mondiali, eppure la capacità di proiezione e difesa resta limitata a causa della duplicazione dei sistemi d'arma e delle linee di comando. Un esercito unico permetterebbe di ottimizzare gli acquisti attraverso una centrale unica europea, riducendo i costi di manutenzione e addestramento per migliaia di mezzi e velivoli diversi che oggi non comunicano tra loro. La sfida economica del 2026 è proprio questa: trasformare ventisette bilanci separati in un unico fondo per la difesa che possa finanziare tecnologie di punta, dalla cyber-security ai droni ipersonici, garantendo all'Europa un peso negoziale proporzionato alla sua forza economica.

 

Le resistenze della sovranità e la paura di cedere il comando

Nonostante i chiari benefici logistici ed economici, la strada verso la difesa unica resta seminata di ostacoli politici legati al concetto stesso di sovranità nazionale. Cedere il controllo delle proprie truppe a un comando centrale europeo significa, per molti governi, rinunciare all'ultimo pilastro dell'identità statale. Paesi come la Francia, che detengono l'arma nucleare, e nazioni dell'Est, che temono di perdere la protezione specifica offerta dalla NATO, guardano con sospetto a un progetto che richiederebbe una fiducia reciproca totale. La resistenza non è solo ideologica ma anche industriale, poiché ogni Stato protegge le proprie aziende della difesa dalla concorrenza dei vicini. Eppure, il 2026 sembra essere l'anno in cui il pragmatismo sta vincendo sull'orgoglio: le recenti esercitazioni congiunte suggeriscono che l'integrazione è ormai un processo irreversibile.

 

PESCO e il Fondo Europeo per la Difesa: I motori dell'integrazione

Al di là delle dichiarazioni politiche, l'integrazione militare europea sta avanzando attraverso strumenti tecnici come la Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO). Nel 2026, i progetti PESCO non riguardano più solo la logistica, ma lo sviluppo di sistemi di combattimento aereo di sesta generazione e nuove unità navali semi-autonome. Il Fondo Europeo per la Difesa (EDF) ha stanziato per l'anno in corso oltre 1 miliardo di euro per la ricerca su tecnologie dirompenti, come la crittografia quantistica per le comunicazioni tattiche. Questi investimenti comuni stanno creando una "base industriale e tecnologica della difesa europea" (EDTIB), che obbliga le aziende dei vari Paesi a collaborare invece di farsi la guerra commerciale, gettando le basi materiali per quello che un giorno sarà il comando unico.

 

Il ruolo dell'Italia nel nuovo scacchiere difensivo

L'Italia gioca una partita fondamentale in questo processo. Da un lato, il governo preme per l'esenzione degli investimenti nella difesa dal Patto di Stabilità, una vittoria politica che permetterebbe di modernizzare le forze armate senza strangolare i conti pubblici. Dall'altro, le eccellenze industriali italiane nel settore aerospaziale e navale sono pilastri insostituibili per i progetti comunitari. Nel 2026, la sfida italiana è quella di bilanciare la storica fedeltà atlantica con la nuova necessità europea, evitando che la difesa unica diventi un progetto a trazione esclusiva franco-tedesca. La capacità dell'Italia di guidare missioni di peacekeeping e sorveglianza nel Mediterraneo resta il biglietto da visita principale per rivendicare un ruolo di primo piano nella futura architettura di sicurezza continentale.

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